Così la finanza ha trasformato la crisi di Atene in un successo

La tragedia in corso sul debito greco svela la natura a tratti inafferrabile del processo di gestione del rischio da parte del mondo finanziario. All’apparenza l’analisi del rischio svolta dai mercati sembra abbia fatto segnare un triste fallimento, visibilmente incapace – come è stata – di anticipare problemi ovvii. Contemporaneamente il settore finanziario pare avere in realtà ottenuto un successo notevole, riuscendo a far pesare le sue perdite potenziali sulle spalle dei contribuenti. di Stephen Grenville
28 LUG 11
Ultimo aggiornamento: 19:47 | 16 AGO 20
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Questo intervento è pubblicato anche sul blog del Lowy Institute, think tank australiano con sede a Sydney.
La tragedia in corso sul debito greco svela la natura a tratti inafferrabile del processo di gestione del rischio da parte del mondo finanziario. All’apparenza l’analisi del rischio svolta dai mercati sembra abbia fatto segnare un triste fallimento, visibilmente incapace – come è stata – di anticipare problemi ovvii. Contemporaneamente il settore finanziario pare avere in realtà ottenuto un successo notevole, riuscendo a far pesare le sue perdite potenziali sulle spalle dei contribuenti. I creditori della Grecia hanno provato d’improvviso una paura terribile, eppure ora sembrano venirne fuori più o meno illesi. Oggi si scopre quindi che la gestione del rischio ha poco a che fare con la rischiosità intrinseca dell’investimento di riferimento, ma è piuttosto una valutazione politica della possibilità di socializzare le perdite.
Quando la Grecia ha aderito all’euro, non c’era alcuna buona ragione di natura economica in base alla quale questo paese avrebbe potuto prendere capitali in prestito sui mercati offrendo essenzialmente gli stessi rendimenti sui titoli che offriva la Germania. L’euro era un’unione monetaria, infatti, ma ciascun paese rimaneva responsabile per i propri debiti; e per questo è sempre risultato molto più probabile che sarebbe stata Atene a mettersi nei guai e non invece la seria e disciplinata Berlino. Ciò nonostante, la Grecia è riuscita a indebitarsi sui mercati a un tasso vicino a quello tedesco addirittura fino a poco più di un anno fa. Il fatto di essere membro dell’euro ha spazzato via d’un colpo la disciplina che un paese con il proprio tasso di cambio è tenuto a rispettare: politiche fiscali dissolute, infatti, deprezzerebbero il tasso di cambio e farebbero lievitare i tassi ai quali il paese prende a prestito.
Si può piuttosto asserire che il basso tasso di interesse abbia incoraggiato i greci a vivere al di là delle proprie possibilità, con il risultato che il debito pubblico ha superato il 150 per cento del pil. Eppure i mercati finanziari sono stati pronti a concedere un favore ai greci. Da parte loro, inoltre, le agenzie di rating hanno fallito nello scorgere in anticipo qualsiasi problema all’orizzonte: basti dire che una delle maggiori agenzie ha mantenuto la valutazione sulla Grecia, fino all’inizio di quest’anno, a livello di “investimento affidabile” da parte degli investitori istituzionali.

Mentre il debito si accumulava,
i mercati finanziari non sono progressivamente riusciti a rendersi conto dell’insostenibilità della situazione, magari inviando segnali graduali sui prezzi che riflettessero un’aumentata percezione del rischio; piuttosto hanno oscillato rapidamente da una spensieratezza incomprensibile al panico totale. Naturalmente il giudizio che muta in negativo tende ad autoinverarsi: a tassi di interesse contenuti il debito potrebbe apparire sostenibile, ma quando i tassi si alzano l’insostenibilità diventa di un’ovvietà accecante. Eppure tutto questo era abbastanza prevedibile. Ciò che è più importante è che questo repentino voltafaccia ha un che di egoistico: se i mercati finanziari infatti riescono a convincere le autorità europee che il loro panico è tanto profondo e pervasivo da poter causare un contagio diffuso, e mettere così in pericolo lo stesso futuro della moneta unica, allora questi stessi protagonisti della finanza saranno soccorsi dai contribuenti.
In verità questa nuova valutazione su un possibile contagio segue una logica perversa. I mercati finanziari, in origine incapaci di distinguere tra il rischio di credito della Germania e quello della Grecia, non riescono ora a distinguere tra il rischio di credito della Grecia (che quasi certamente avrà bisogno alla fine di una ristrutturazione massiccia del debito) e quello dell’Italia (che è invece probabilmente in buone condizioni). Sfortunatamente non c’è nessun metodo operativo grazie al quale questa crisi del debito possa essere trattata per quello che veramente è: un prestare dissennato a un piccolo paese, poco importante su scala globale.

I creditori della Grecia sanno di poter essere salvati se riusciranno a far apparire la situazione sufficientemente allarmante. E in questo sembrano aver avuto successo. Il presidente della Banca centrale europea si oppone infatti all’idea di richiedere ai creditori un haircut, il taglio del valore nominale dei titoli di debito in loro possesso. Larry Summers, ex capo del National Economic Council del presidente Barack Obama, sostiene che “ci deve essere un chiaro impegno affinché, qualsiasi cosa accada, nessuna grande istituzione finanziaria in qualsiasi paese sia lasciata fallire”. Forse un po’ più a sorpresa, anche economisti di sinistra come Joseph Stiglitz e Jeffrey Sachs sostengono le stesse tesi.
Si diceva una volta che il capitalismo senza la bancarotta era come il cristianesimo senza l’inferno: non c’è l’incentivo a fare la cosa giusta. Certo, non è mai un bel momento quello in cui si è costretti a rimuovere questa forma di azzardo morale e si restaurano i principi validi per il lungo periodo, permettendo alla Grecia di dichiarare default. Se questa opportunità è mai esistita, tra l’altro, ciò è avvenuto all’inizio dell’anno, quando i problemi di Atene sono emersi per la prima volta. Il settore finanziario, e in particolare la lobby dei banchieri, l’Institute for International Finance, ha avuto più di un anno per promuovere la tesi secondo cui il default greco sarebbe disastroso per l’intero pianeta. E quel che è ancora più curioso è che il settore finanziario sia stato in grado di giustificare senza troppi problemi il suo giudizio originario, quello in base al quale il debito greco risultava solo marginalmente più rischioso, in fondo, di quello tedesco. Ma per quanto tempo ancora il settore finanziario potrà tenere essenzialmente sotto ricatto in questo modo governi e contribuenti?
di Stephen Grenville, analista finanziario, direttore di AMP Capital Investors Limited e professore presso la Australian National University